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"Il tempo ritrovato è di gran lunga più piacevole di quello perso" (Cit. di Giovanna Albi)

mercoledì 22 maggio 2013

Recensione a "Quello che resta"di Francesco Casali Koi Press 2013


Recensione a "Quello che resta" di Francesco Casali Koi Press 2013

Buongiorno, sono Giovanna,
 e oggi ti voglio presentare la mia recensione ad un libro di eccezione che scava dentro l'animo umano con una profondità ineffabile.Difficile è infatti trovare le parole per recensire un libro che lascia senza parole per la grandezza umana ed emotiva con cui è affronta il tema che più ci riguarda: il dolore umano e la nostalgia.
Il testo di Francesco, degnissimo compagno e completamento del libro precedente "Niente da nascondere", senza infingimenti e facili menzogne ,punta dritto al cuore del problema umano: il dolore, anche insensato, che è il compagno di strada dell'uomo sensibile. Tutti nella vita ci imbattiamo nel dolore e  nella nostalgia a questo connesso: il dolore per la perdita dei figli, il dolore del corpo che in realtà è dolore dell'anima, il suicidio, come fuga dalla sofferenza , realtà sempre più presente nella nostra contemporaneità, la possessione demoniaca o la malattia mentale. Tutte tematiche rispetto alle quali l'uomo comune si scherma scavando una trincea tra sé e il suo dolore, tra sé e il dolore altrui, fino a cadere in un cieco cinismo, che è in realtà analfabetismo emotivo.
Francesco, con grandi doti di narratore e di fine psicologo, ci insegna come convivere col dolore, come guardarlo in faccia, come allearsi con lui, fino a renderlo un compagno gradito da non rigettare ma da accogliere, perché senza dolore non esisterebbe l'antidoto ad esso: l'amore. Francesco infatti si chiede se in questa realtà mascherata nella quale viviamo ci sia ancora spazio per quel sentimento vitale che ci tiene lontani dalla morte . L'amore e l'amicizia hanno la medesima etimologia (ab morte) e sono  latinamente quei sentimenti che ci tengono lontani dalla morte interiore: smettere di soffrire equivale a smettere di amare.
 Il dolore è produttivo , la letteratura insegna che le grandi opere sono figlie del dolore, le poesie nascono dalla sofferenza e ne sono espressione intima, il dolore insegna a vivere, perché è certo che chi non soffre non ama la vita nella sua portata universale e chi non soffre non è in grado di comprehendere ( nel senso latino di abbracciare) il dolore altrui.
Il testo, strutturato in quattro compatti capitoli, è una  maturazione del testo precedente,che già si pone ad altissimi livelli e si è imposto in campo letterario facendo di Francesco uno scrittore affermato in giovanissima età. Non voglio svelare tutto del testo; lascio al lettore il gusto di scoprirlo pagina dopo pagina,ma accenno solo ai temi trattati sommariamente, riservandomi osservazioni personali. Il primo capitolo, che è un capolavoro narrativo, in un intreccio tra due storie perfettamente incastrate è la continuazione del capitolo di Sofia del libro precedente e affronta il tema della perdita dei figli: il dolore più insopportabile per un essere umano . Questo sì che porta all'annientamento totale dell'individuo, questo sì che è invalicabile e lascia segni indelebili nell'anima, al punto che chi perde i propri figli spesso si lascia morire o darebbe la sua vita, come nel testo avviene, per ridare loro vita.
.Con pathos da perfetto interprete di questa tragedia Francesco scava dentro il dolore di una madre che perde i suoi due figli e  del protagonista Francesco che assiste alla morte della figlia Sofia. Il dolore è  assoluto, totale, ineludibile, travolgente e lo scrittore lo rappresenta nella piena drammatica della sua forza distruttiva, e il dolore di Francesco ti arriva dritto come una pugnalata in mezzo al cuore e quel dolore lo senti farsi acuto in totale compartecipazione. Ci si rende conto di quanto i nostri dolori siano relativi rispetto al dolore più potente in assoluto : quello distruttivo per eccellenza ed ecco che tutto sommato ci riteniamo fortunati per non aver provato un dolore di simile portata e ci sentiamo quindi risollevati anche nel dolore che proviamo. Un libro psicagogico e pedagogico che trascina la nostra anima entro la consapevolezza di noi stessi, dei nostri limiti e delle nostre risorse e ci porta a relativizzare ciò che ci sembrava un dolore assoluto e insopportabile. Colloquiando con il dolore degli altri , Francesco cerca di valicare il proprio in una sorta di catarsi, nella quale si trova coinvolto anche il lettore, che si  riflette nei dolori altrui , ponendo un limite ai propri. E' proprio in questo colloquio intimo che si apre la chance alla risoluzione del proprio dramma personale, perché la condivisione del dolore e della nostalgia apre una maglia nella rete di dolore che ci stringe e si intravede una luce di speranza nell'amore verso se stessi, verso i propri cari, verso il prossimo.
Si può stare bene leggendo un libro sul dolore? Ebbene sì,il libro di Francesco è altamente catartico e, pur facendoti soffrire, ti libera, non solo perché condividi il dolore altrui, ma perché sei trascinato da uno stile gradevolissimo in cui si racconta in totale naturalezza, sfoderando non comuni doti di narratore. E il tutto lo dico, non perché considero Francesco un mio amico, ma perché da lettrice,anche critica, che non dispensa lodi facilmente, riconosco a Casali doti non comuni di umanità , di pathos, di narratore e , inter alia, di osservatore acutissimo della realtà altrui; come si evince dal secondo capitolo, nel quale si analizza il dolore del corpo come manifestazione del dolore dell'anima e nel quale Francesco ci presenta una carrellata umana di giovani e meno giovani che si tatuano il corpo per segnarsi un dolore o il suo superamento o per considerare chiusa una fase della loro vita o per rafforzare la propria identità dolente e dispersa. Il corpo trattato come la propria casa che fa da confine rispetto all'esterno e come difesa rispetto ad esso, il corpo segnato dal dolore si occulta attraverso il tatuaggio e proprio lì dove sembra esprimere tutta la sua potenza rivela la sua intima debolezza. Ecco che personaggi si ammantano di arroganza e forza proprio per nascondere la parte oscura di sé e per imporre al mondo un' identità mancante o lacerata e Francesco osserva tutto questo con viva partecipazione avendo compassione per chi ricorre a simili strategie per occultare se stesso e per apparire diverso dalla sua intima -dolente sostanza umana.
Fino ad arrivare al caso di Davide che si suicida per anestesia emotiva, per impossibilità di provare dolore e quindi anche amore a riconfermare la tesi che vivere senza dolore ti esclude dal consorzio umano perché ti toglie anche la possibilità di amare. Il caso di Davide , tratteggiato con toni altamente drammatici,commuove non poco e, al momento del suicidio, si raggiunge l'apice del pathos narrativo con tutto il dolore di Francesco che si fa interprete del dolore di Anna, la moglie di Davide,e questo dolore passa a noi lettori che non possiamo rimanere insensibili di fronte a tale disfacimento emotivo. Un dolore che lascia senza parole, come ci capita di fronte la perdita di una persona cara, quando ci sentiamo sradicati e privati di un affetto importante e allora annaspiamo nel vuoto e nella disperazione più totale. Allora è meglio rimanere in silenzio come Francesco, perché il dolore ci sovrasta e diventa assoluto e perciò non traducibile in umane parole.
Nel terzo capitolo , da vero esperto della psiche umana, Francesco analizza un caso di "possessione demoniaca" prendendo in analisi tutte le diverse possibili interpretazioni , ricorrendo alla psichiatria,alla medicina, alle tesi della Chiesa,alla filosofia, tutte interpretazioni maneggiate con disinvolta esperienza del settore, e arrivando alla conclusione sensatissima che non è importante l'interpretazione in sé del caso ma, bando alla ciance, quel che conta è il dolore che prova il soggetto coinvolto nella malattia mentale o "possessione demoniaca" che sia. L'interpretazione di giornalisti, scienziati, medici, psichiatri resta relativa, assoluto è sempre il dolore , questo va abbracciato con cura con tutta l'anima di cui siamo capaci. Mentre si gareggia nel mostrarsi abili interpreti dei casi psichiatrici, ma non v'è quella capacità umana di comprendere il dolore di chi si sente sovrastato da forze a lui superiori
.Un capitolo impegnativo, ma molto educativo che va letto con estrema attenzione e goduto fino in fondo fino a toccare l'abisso dell'anima umana, consapevoli che il limite tra psichiatria e "normopatia è labilissimo e chiunque tra noi è vulnerabile e soggetto ad una perdita del tanto decantato equilibrio psichico.
Il quarto capitolo, che porta il titolo del libro,esprime il bisogno tutto umano di Francesco di parlare senza imbellettamenti di sorta, in piena franchezza, ancora una volta "senza niente nascondere". Dopo un'ampia e puntuale disamina dei motivi per cui i Social Network, in primis Facebook, hanno tanta diffusione nei tempi attuali, come strumenti che paiono avvicinare gli uomini, quando in realtà esprimono spesso un vuoto emotivo da colmare, come la chance di darsi una identità che manca nel reale,di circondarsi di amici virtuali, mai guardati in faccia,di gonfiare il nostro vuoto narcisismo che nasconde l'isolamento nel quale viviamo, resta il vuoto e la nostalgia per quello che abbiamo perso o per quello che abbiamo desiderato di avere senza mai raggiungerlo. La nostalgia (connessa con algos, il dolore) è la figlia del dolore provato, è quello struggimento dell'anima che nasce dalla mancanza di ciò che avevamo e ci è sfuggito per i casi infami della vita o che non abbiamo mai posseduto o  ci è scappato via mentre eravamo occupati in altro, travolti dalla vita.La nostalgia, connessa con l'etimo di nòstos,è il rimpianto di non poter ritornare a ciò che eravamo, perché il tempo tiranno tutto trasforma e muta e passa insensibile ai nostri dolori. Dico personalmente che, mentre leopardianamente possiamo sfidare la Natura, a volte piegandola ai nostri bisogni , rendendo "pelagos" il mare infecondo,nulla possiamo contro il tempo che nulla ci restituisce se non la struggente nostalgia di quanto perso.Quello che resta è la possibilità di tornare ad amare come antidoto al vuoto interiore, quello che resta è il silenzio sordo dell'angoscia, quello che resta è l'impossibilità di superare un trauma, come nel caso di Francesco, debolezza tutta umana di cui non si vergogna, ma che palesa deciso ,come dichiarava in "Niente da nascondere" a non volere più soffrire da solo.Caro francesco, certo che non soffri da solo, ci sono migliaia di lettori che stanno soffrendo con te e stanno superando con te, grazie ai tuoi libri, i tuoi stessi dolori.