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"Il tempo ritrovato è di gran lunga più piacevole di quello perso" (Cit. di Giovanna Albi)

martedì 11 giugno 2013

recensione a "Fuoco che danza"(Pi'ta Naku Owaci) di Anna Maria Funari

Recensione a "Fuoco che danza"(Pi'ta Naku Owaci) di Anna Maria Funari

Ho attraversato in due ore bellissime la metafisica della magia dei nativi indiani d'America con il breve ma intenso romanzo di Anna Maria Funari.
 Seduta a mirare il mio Gran  Sasso d'Abruzzo, ho potuto librarmi in volo insieme al protagonista Shawnee Lee Jacksons seguendo i suoi percorsi mentali e spirituali attraverso il rito di iniziazione ad una dimensione superiore, osservando in stato onirico il volo dell'aquila, l'animale sacro per eccellenza nell'etnologia e nella religione  dei nativi di America.
Il protagonista , avviatissimo professionista, avvocato presso uno studio di Boston, non si è occidentalizzato e conserva pure le sue origini, anche nell'aspetto esteriore,esponendosi al risentimento dei suoi datori di lavoro e al ludibrio dei suoi colleghi. Lui fieramente difende la sua posizione,la sua indole, la sua natura più profonda , le sue origini, assumendo un atteggiamento di disincanto rispetto al mondo che lo circonda.
Un giorno però viene messo alle strette :scendere a compromessi, tradendo se stesso e le sue radici o rinunciare alla promozione ad una mansione superiore. Lui chiede quindici giorni per pensare, perdendo nel frattempo anche la sua donna, perfetta occidentale, che ,a ben vedere, a poco da spartire con lui,a parte l'esorbitante bellezza.
In questi giorni torna nel Vermont ,sua terra d'origine,a schiarirsi le idee e, come diciamo noi occidentali, ad elaborare il lutto per l'abbandono della sua donna. Maestro di vita è il padre, uomo sapiente ,medico della magia; come diremmo, un guru della civiltà indiana d'America. Egli  indica la strada ,ma sarà il protagonista a percorrerla nella sua solitudine in montagna seguendo il volo dell'aquila, cioè del Wakinyan, colui che conosce tutti i misteri, e si avvicina al rito del fuoco che danza, un fuoco di purificazione che lo libera dalle scorie del passato e lo rende libero di librarsi in volo come il Gabbiano di Jonathan Livingston.
Il rito di recupero della sue radici avviene a contatto anche con i suoi cari , che indirettamente lo guidano nel difficile percorso del riconoscimento del Sé superiore.Alla fine, dopo un percorso anche convulsivo, è pronto per lasciare il suo lavoro e comprendere che nulla lo lega più a quella donna che pensava erroneamente di amare.
Un libro che ho divorato,perché mi ha messo in contatto con il mio Sé, io, che sono pellegrina a piedi, io, che ho lasciato il lavoro per non scendere a compromessi ,mi sono sentita una reincarnazione di una indiana d'America, guidata da un guru, quale Anna Maria Funari, che mi è sembrata un'esperta del settore, per il grado di empatia che riesce a stabilire col lettore, in uno stile semplice, scorrevole, fluito, emotivo e accattivante. Così mi sono ritrovata a colloquiare con la Natura, con gli elementi primordiali, con gli archetipi collettivi e mi sono davvero sentita come il protagonista che guarda dall'alto la Natura e la sua vita ,in una percezione aerea, che è ben descritta nel viaggio che lo riporta alla sua terra.
Un libro che aiuta a ritrovare il senso della vita, che ci pulisce dal consumismo capitalistico della civiltà europea, che ci mette di fronte a noi stessi, alle nostre responsabilità come persone, non maschere di menzogne e compromessi, ma persone nel senso più autentico, che si riscoprono soprattutto a contatto con la Natura. Un libro assolutamente da leggere per il messaggio e lo stile, messaggio che mi ha ricordato il testo altrettanto pregevole di Susanna Polimanti, che non a caso s'intitola " Penne d'aquila".