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"Il tempo ritrovato è di gran lunga più piacevole di quello perso" (Cit. di Giovanna Albi)

giovedì 19 dicembre 2013

RECENSIONE a "Le identità del cielo" di Michela Zanarella


Ed eccoci arrivati di riconoscimento in riconoscimento all’ottava pubblicazione della Poetessa dell’Assoluto , Michela Zanarella; padovana di origine, risiede a Roma, pluripremiata e tradotta in quattro lingue, membro di giuria di importanti concorsi letterari, scrive su testate giornalistiche ed è in generale persona poliedrica ed eclettica, che si muove con disinvoltura da encomio nell’attuale panorama letterario. Comincia a scrivere nel 2004 e riscuote subito grande plauso dalla critica e dal pubblico, fino ad essere accostata ad Alda Merini, nel cui sito sono pubblicate alcune sue poesie. Il suo cuore batte pure per Pier Paolo Pasolini, cui dedica sempre momenti di toccante riflessione, che sono anche  inseriti nel sito dello stesso grande della letteratura.
Lungo sarebbe ripercorre la varietà delle attività svolte e dei successi arrisi, per i quali rinvio al suo blog: http://www.michelazanarella.it/, mentre io mi concentro nella recensione dell’ ottava fatica, Le identità del cielo,edito da Lepisma nella collana diretta dal grande poeta Dante Maffia, pubblicazione ottenuta come premio al Concorso Internazionale di Poesia Tredici, indetto dal Centro di Poesia Contemporanea di Roma.

“La poesia non ha confini ma infinite identità del cielo”: questa la dedica posta in calce alla copia di cui Michela mi ha fatto caramente dono; come non pensare al Leopardi e alla sua mai paga tensione verso l’infinito? Con una differenza sostanziale: il genio di Recanati vive questa aspirazione entro un tragico conflitto finito/infinito, reale/immaginario ,sentimento/ragione… la Poetessa Zanarella attraversa con serenità questa esaltazione verso l’infinito , certa che la poesia lo possa raggiungere sospinta dalla forza della rimembranza e dell’immaginazione. Non per questo la poesia non esprime il dolore, il dolore è parte ineludibile dell’esistenza umana ed è eterna fonte di ispirazione, ma si respira nei versi un’atmosfera rassicurante propria di chi ha fatto della sua femminilità e sensibilità il centro del suo Essere.
La silloge poetica affronta questioni squisitamente ontologiche e teleologiche entro la struttura classica della ring composition : si apre e si chiude con interrogativi profondi e pregni di umano sentire sul valore della vita e sul perché di questa dimensione.
“Viviamo
Dove si uniscono elementari polveri
A linguaggi materni,
ascoltando le diverse identità del cielo
e le rotte di secoli disinvolti.”Versi leggeri, classici e moderni al contempo,col gusto delle assonanze e delle allitterazioni che conferiscono musicalità al testo che sembra dilatarsi e restringersi come l’orizzonte in fuga; avverto forte e pungente il richiamo al primitivo materno, a quel liquido amniotico che ci accolse nel grembo, come polveri semplici e schiette, inseguendo il sogno dell’infinito cielo mentre i secoli disinvolti procedono. “Che cos’è la vita?” si chiede la Poetessa nella poesia di chiusura della silloge; bella domanda, viene da pensare, ma è la domanda di senso di qualunque essere umano degno di tal nome. Ecco che la poesia si fa universale perché attraversa interrogativi che ci accomunano, superando qualsiasi pregiudiziale barriera. La vita è  un ossimòro: Amore e sofferenza, pioggia e fango, odore del cosmo e fuoco limpido che si uniscono in callidae iuncturae, ma su tutto primeggiano le amniotiche piogge a rassicurare “atmosfere di fango”. Forte è il richiamo al primitivo femminino , alla Madre Terra e alla Madre naturale, cui rivolge versi chi si fermano in gola e commuovono le fibre più intime dell’essere:” L’amore che ho per te è nodo in gola
al mio andare fragile”.
L’essere umano è fragile per definizione , ma si rafforza nei rapporti parentali, in un amore ineffabile che è calore ed altro ancora, che è Tutto ciò che di più profondo si possa concepire. Metterei questa poesia accanto a quella di Ungaretti alla madre, la madre in cima alle priorità affettive. Onnipresente è la riflessione sul Tempo, ma non il “reo” tempo foscoliano, ma quel tempo che unisce le universe generazioni nello scorrere silenzioso dei secoli, mentre l’ ieri si riconduce all’oggi in una intensa comunione  affettiva.
Mi sembra che la Poesia di Michela abbracci l’umanità tutta dolente o gioiosa di fronte a questo miracolo che è la Vita,con tutto il rimpianto, il dolore del non ritorno che questa comporta; la vita è anche questo: “estasi senza ritorno”, perché l’estasi è un momento di estrema esaltazione del cuore, mentre si ricade nella solitudine, ma ritornano poi le  “materne trasparenze” a cingere l’avvenire. L’estasi è alla Montale la “ maglia nella rete che ci stringe” un momento di folgorazione della mente, ma la soccorre quella fede, che l’ateo Montale non ebbe, e “La vita ha bisogno del Verbo”, sì, del “verbo della luce” per non vivere in penombra, ma lasciarsi attraversare la carne dalla luminosità di quel Dio in cui si ripone la Fede infinita di Michela. 
Allora “Ogni croce è l’eco del tuo sangue
Ed il Tuo sangue, Signore,
ha urlato amore a tutte le razze
ha perdonato l’inferno e le forche”.
Nel silenzio della contemplazione Dio c’è , c’è un Dio pascaliano, ed è “… uomo
Che chiede all’uomo
di ascoltare”.  
Dio è il verbo che si fa carne e spazza via l’inferno della terra nera. La consolazione religiosa unita all’eterno femminino fanno di Michela una donna forte nella fragilità ed il tempo è un ripetersi “di età ed ombre in attesa”allora “si sta” sospesi come l’aria, leggeri, netti e puliti. Quello “ stare” ricorda tanto lo “stare”ungarettiano che condivide con Michela la fede, nella sua estrema conversione. C’è differenza tra l’essere” e lo “stare”? Ebbene sì , perché il primo allude ad una condizione forte e permanente, il secondo alla precarietà e alla finitezza della condizione umana. I versi di Michela stanno, appaiono e scompaiono , si allargano e si restringono, cadono e si rialzano, e sono la metafora e la metonimia dell’uomo in perenne divenire. Un divenire che non occulta , ma anzi rafforza, le convinzioni di fondo: “L’infinito si riconosce
nella staticità di luce
a maturare”. Potrei continuare ad infinitum, ma svelerei  tutte le trame di questo viaggio della mente della Poetessa , vi anticipo soltanto che non mancano richiami a Monteverde pasoliniano, ad Alda Merini, ad un’amica in una poesia che vibra di umana compartecipazione al dolore.

Non posso che rallegrarmi per l’armonia dei suoni , dei colori, delle immagini di cui questa silloge si orna augurando che essa vinca “ di mille secoli il silenzio”.

Giovanna Albi